Raccontateci di voi: com’è nata la vostra passione per la scienza e come avete deciso di intraprendere il percorso della ricerca?
Daniele: La mia passione per la scienza è nata dalla curiosità, dal desiderio di capire di cosa sono fatte le cose e come funzionano. Fin da piccolo mi affascinava l’idea che dietro a ogni fenomeno ci fosse una spiegazione razionale, delle leggi che governano la natura. In particolare, la fisica mi ha conquistato nel momento in cui ho capito davvero cosa fosse e in cosa si differenziasse dalla matematica. L’idea di poter usare la matematica come linguaggio per descrivere e comprendere il mondo mi ha affascinato da subito. Quando poi ho scoperto la possibilità di applicare questi principi alla realtà concreta, soprattutto in ambito medico, ho capito che la ricerca poteva essere il modo migliore per unire curiosità, rigore scientifico e utilità per una causa sociale. Lavorare nell’ambito della fisica medica, contribuendo anche solo in piccola parte alla cura dei tumori, dà la sensazione di fare qualcosa di davvero significativo: ogni giorno si ha la percezione di essere stati utili a qualcuno o a qualcosa di più grande.
Leonardo: La mia passione per la scienza in generale è riconducibile al mio carattere e alla mia personalità. Sin da piccolo, infatti, sono sempre stata una persona curiosa di esplorare e comprendere il Mondo, ponendo molte domande a me stesso e a chi mi circondava. Penso che molti scienziati e scienziate abbiano lo stesso tipo di attitudine nei confronti della realtà, che poi si riflette nelle loro scelte di vita. Per quanto riguarda l’astronomia in particolare, ricordo che tra il quarto e il quinto anno del liceo scientifico mi trovai a leggere una serie di libri – una sorta di enciclopedia – a tema astronomico, e rimasi affascinato dal tema della misteriosa materia oscura. Nei mesi a seguire, informandomi anche sui percorsi concreti di studio e ricerca in quel campo, decisi di voler investire il mio tempo in questo settore, e di iscrivermi alla laurea triennale in Astronomia a Bologna. Da lì, ho poi continuato con la laurea magistrale, il dottorato, e sperabilmente altri progetti di ricerca negli anni a venire.
2) Avete entrambi una formazione in fisica, ma oggi vi muovete in ambiti che spaziano dalla ricerca applicata in medicina al mondo della divulgazione. Cosa vi ha portato fin qui e cosa vi ha lasciato ogni tappa del vostro percorso?
Daniele: Ho deciso di intraprendere il percorso per diventare fisico medico durante il terzo anno della laurea triennale in Fisica a Padova. In quel periodo, durante un corso di fisica nucleare, il docente ci aveva parlato delle possibili applicazioni della fisica nucleare in ambito diagnostico e terapeutico, attraverso l’utilizzo delle radiazioni nelle loro diverse forme. Quella lezione ha acceso in me una grande curiosità: l’idea che la fisica potesse contribuire in modo così concreto alla cura e al benessere delle persone mi è sembrata estremamente affascinante. Da lì ho scelto di trasferirmi a Bologna per proseguire con la laurea magistrale in Fisica, nel curriculum di fisica applicata, che mi ha fornito le basi necessarie per accedere alla specializzazione in fisica medica, che ho poi intrapreso – e tuttora porto avanti – presso la stessa università. Parallelamente ho avuto la possibilità di ottenere un assegno di ricerca, che mi ha permesso di entrare nel mondo della ricerca scientifica e di confrontarmi con l’aspetto più concreto e quotidiano del lavoro del ricercatore. Ogni tappa di questo percorso è stata fondamentale: dalle solide basi acquisite durante la triennale, che considero ancora oggi la parte più importante per diventare un buon fisico, fino alle esperienze successive che mi hanno permesso di crescere sia dal punto di vista professionale che personale. Anche le città in cui ho vissuto, Padova e Bologna, mi hanno lasciato molto: non solo dal punto di vista accademico, ma anche umano. Le persone incontrate, le amicizie e le esperienze vissute sono parte integrante del mio percorso, tanto quanto lo sono le conoscenze scientifiche.
Per quanto riguarda invece la divulgazione, tutto è nato dal sentire la mancanza, nella mia città natale – Pescara, a cui sono molto legato – di un festival della scienza che potesse coinvolgere la comunità e avvicinare le persone al mondo scientifico. Da questa idea è nata la voglia di creare qualcosa di nuovo, e così ho deciso di coinvolgere il mio amico Leonardo, anche lui di Pescara, con l’obiettivo di restituire in qualche modo alla nostra città parte del bagaglio che abbiamo acquisito negli anni di studio e di formazione. Da qui è nata ScienzAperta ETS, l’associazione che abbiamo fondato per organizzare e promuovere il nostro festival Pescara-Scienza. L’obiettivo è quello di portare nella nostra città personalità di rilievo del mondo scientifico, a livello nazionale e internazionale, e contribuire a costruire una società più informata, e quindi più giusta e consapevole. Credo infatti che oggi, più che mai, la conoscenza scientifica sia fondamentale per capire il mondo complesso in cui viviamo. Il festival è solo il punto di partenza: stiamo già lavorando a nuove iniziative ed eventi per continuare a promuovere la cultura scientifica e la curiosità verso il sapere.
Leonardo: Sì, essenzialmente il mio ambito di formazione è strettamente disciplinare, occupandomi di astrofisica e prevalentemente in ambito teorico, ma con il tempo ho avvertito una vera e propria urgenza di integrare alla mia attività di ricerca aspetti più umani, legati alle nostre emozioni e alle nostre esperienze in generale, e al legame tra queste e il mondo della scienza. Certamente, il percorso di formazione interdisciplinare che ho svolto all’interno del Collegio Superiore dell’Università di Bologna, parallelamente a quello di laurea e di dottorato, ha favorito l’emergenza di questi bisogni, e ha dato loro un contesto per essere coltivati. E’ così che negli anni ho maturato non solo competenze di ricerca specialistica, ma anche strumenti per comunicare la scienza in modo accessibile ed efficace, rivolgendomi a varie tipologie di pubblico. Attualmente, coordino assieme ad un altro dottorando – Bartolo Giuseppe Dimattia, dell’Università di Bologna – il progetto di divulgazione scientifica “Radici Cosmiche”, rivolto a persone con disabilità fisiche e intellettive, e per ultimo ho fondato assieme a Daniele il festival Pescara-Scienza, indirizzato alla cittadinanza in senso più ampio. Spero che le prossime tappe del mio percorso siano sempre più rivolte a questi aspetti, che collegano il mondo della fisica e della scienza all’umano.
3) Entrambi siete all’inizio della vostra carriera di ricercatori. Quali sono le sfide più grandi che vedete oggi per i giovani nel mondo della ricerca?
Daniele: Le sfide per i giovani oggi sono davvero molte, ma lo sono anche le opportunità. Negli ultimi anni il modo di studiare e di fare ricerca è cambiato profondamente, basti pensare al largo utilizzo dell’intelligenza artificiale. All’inizio dei miei studi non era ancora così diffusa, e forse è stato un bene: mi ha permesso di imparare a confrontarmi con la difficoltà e con la fatica dello studio. Credo infatti che lo studio sia davvero efficace solo quando lascia una traccia, quando richiede uno sforzo reale di comprensione. Il cervello ha bisogno di allenarsi per capire: senza questo esercizio, l’apprendimento rischia di diventare superficiale. Detto questo, l’intelligenza artificiale rappresenta oggi una grande opportunità, soprattutto nella ricerca scientifica, dove può semplificare compiti ripetitivi e accelerare processi complessi. L’importante è che il suo utilizzo sia consapevole e non diventi una scorciatoia per evitare le difficoltà: solo comprendendo davvero gli strumenti che usiamo possiamo trarne un beneficio reale. Allo stesso tempo, credo che le opportunità per i giovani siano oggi straordinarie, in particolare nel campo della fisica. L’unico limite, spesso, è quello che ci poniamo noi stessi: possiamo in ogni momento formulare nuove ipotesi, progettare esperimenti innovativi e partecipare a team di ricerca sempre più trasversali, dove competenze diverse si incontrano e si completano. In questo contesto, è fondamentale saper lavorare in gruppo e possedere buone conoscenze linguistiche e informatiche. Sono quelle competenze trasversali che oggi fanno davvero la differenza, soprattutto per chi – come noi fisici e scienziati – vuole contribuire attivamente al mondo della ricerca.
Leonardo: Penso che la sfida più grande sia districarsi nella complessità del Mondo in cui viviamo, dove i conflitti geopolitici, sociali, ma anche culturali sono all’ordine del giorno, ed è importante possedere gli strumenti critici per lasciare sempre aperta la porta del dialogo. Parlare e parlarsi tra le comunità, di ricerca e non, è fondamentale per superare le divisioni ed evitare le polarizzazioni ideologiche, spesso amplificate tramite i social network. È importante dunque sapersi confrontare con persone che non parlano la tua stessa lingua, anche a livello scientifico e metodologico, perché i problemi complessi del nostro tempo non ammettono soluzioni semplici, ma altrettanto complesse e relazionate a più discipline.
4) Qual è il vostro sogno per i prossimi anni?
Daniele: Il mio sogno per i prossimi anni è quello di completare il percorso di specializzazione e diventare a tutti gli effetti un fisico medico. Una volta raggiunto questo traguardo, mi piacerebbe poter lavorare in ospedale come dirigente fisico, integrando l’attività clinica con quella di ricerca. Credo infatti che la ricerca sia una parte fondamentale e inscindibile del nostro lavoro: nel campo della fisica medica tutto è in costante evoluzione, dalle nuove tecniche diagnostiche alle terapie innovative, e questo richiede un aggiornamento continuo. Non immagino il mio futuro senza questa dimensione di curiosità e di scoperta.
Il mio obiettivo è quindi quello di mantenere un equilibrio tra la clinica e la ricerca, due aspetti che si completano a vicenda e che rendono la nostra professione così stimolante. La fisica medica, con la sua natura trasversale, permette proprio questo: applicare le leggi della fisica per migliorare concretamente la vita delle persone, continuando allo stesso tempo a interrogarsi, a sperimentare e a innovare. Ed è esattamente questo che amo del mio lavoro e della strada che ho scelto di intraprendere.
Leonardo: Nel prossimo futuro inizierò un percorso di ricerca sulla didattica dell’astronomia, volto ad esplorare quali sono i modi con cui la scienza può essere narrata e insegnata a vari livelli di educazione, anche con l’ausilio di linguaggi alternativi – come l’arte, il cinema, o il gioco. Spero di poter contribuire ad infondere nelle persone questo senso della complessità del mondo, che poi è anche una sua bellezza, anche attraverso l’astronomia, che è una disciplina per definizione universale e assolutamente non polarizzante. Concepisco l’astronomia, dunque, come contesto per aprire la strada al dialogo, e mettere in relazione il pensiero critico della scienza con una dimensione più umana ed emotiva della nostra esperienza. Parlando del Cosmo, ci impegniamo a costruire una società più consapevole e disposta al confronto.

Daniele Bruno e Leonardo De Deo


