Back home: storia di giovani imprenditori “expat” tornati in Italia con il sogno di restare

[et_pb_de_mach_post_meta display_inline=”on” _builder_version=”4.17.3″ _module_preset=”default” meta_item_font=”Font testo|600|||||||” meta_item_font_size=”16px” global_colors_info=”{}”][et_pb_de_mach_post_meta_item label_name=”Postato il ” link_item=”off” post_date_custom=”d M Y ” _builder_version=”4.17.3″ _module_preset=”default” meta_item_font=”Font testo||||||||” global_colors_info=”{}”][/et_pb_de_mach_post_meta_item][/et_pb_de_mach_post_meta]

Non molto tempo fa eravamo soliti leggere articoli, ricerche e studi statistici che evidenziavano come il trend dei cervelli in fuga fosse in continuo aumento, tanto da portare il nostro Paese a perdere fra il 2008 e il 2020 più di duecentomila giovani, fra diplomati e laureati. Alla ricerca di nuovi stimoli ed opportunità, ragazzi e ragazze fra i 18 e i 35 anni, lasciavano l’Italia per trasferirsi in Nord Europa, nel Regno Unito, in America o in Australia, dove le condizioni di lavoro e la qualità della vita facevano sperare in un futuro migliore e scevro di incertezze.

Dalla pandemia, però, qualcosa è cambiato: le chiusure generalizzate, la riduzione degli spostamenti e la precarietà dell’impiego all’estero hanno acuito il senso di solitudine e la paura di non farcela, spingendo, così, molti expats a rientrare in Italia, in un moto invertito che, dal 2020, ha ridotto di più dell’8 percento i flussi migratori in uscita. Soprattutto fra giovani e giovanissimi, si è fatta strada la voglia di riavvicinarsi ai propri cari e il desiderio di restare e costruire il proprio futuro: è così che la fattoria del nonno, l’azienda di famiglia o una vecchia passione sono diventati sogni di resistenza, in cui attaccamento alle proprie radici e contaminazione culturale si fondono per dare vita a nuovi modelli di imprenditoria.

Ma cosa porta un giovane ad andare via dall’Italia? E cosa, invece, a tornare? Ne parliamo con Federica Primofiore, giovane imprenditrice abruzzese, titolare della panineria “Da matti – street food” a San Vito Chietino, che gestisce assieme ad Andrea Ottaviano, head chef e co-fondatore. Entrambi hanno alle spalle una lunga esperienza da expat nel settore della ristorazione e dell’accoglienza nella capitale del Regno Unito, Londra, da sempre una delle mete predilette degli italiani. Entrambi sono tornati in Abruzzo e in Abruzzo hanno scelto con coraggio e dedizione di avviare la loro attività in uno degli scorci più suggestivi della costa adriatica.

Federica, cosa vi ha spinto ad andare via dall’Italia? E cosa, invece a tornare?

Siamo partiti con la voglia di imparare e migliorarci, in un contesto dinamico e stimolante. Londra è stata un’ottima palestra per sperimentare diversi tipi di cucine, dalla thailandese all’austriaca, passando per la francese e l’australiana, e migliorare l’approccio al lavoro e al cliente. Abbiamo imparato la cura per la materia prima, la contaminazione con diverse cucine e culture e lo spirito di collaborazione. Nel mentre, però, l’obiettivo è sempre stato quello di tornare e mettere in pratica quanto appreso nei nostri anni trascorsi all’estero. Oltre alla famiglia e al clima, questo ci ha spinto a tornare: la voglia di realizzare qualcosa di nostro e di contribuire, in piccolo, a migliorare il nostro territorio, sfruttando al meglio le possibilità che offre.

Proprio la valorizzazione “creativa” del territorio è uno dei vostri punti forti…

Assolutamente, l’Abruzzo offre moltissimi prodotti di qualità, che cerchiamo di reinventare nei nostri menù, nel rispetto della stagionalità e delle materie prime. La nostra è una cucina fusion, dove la tradizione si fonde con salse, spezie e sapori da tutto il mondo, in un mix vincente che esalta la materia prima senza snaturarla: ne è un esempio il “Super Matto”, il nostro panino con gambero argentino scottato, ventricina croccante dell’alto vastese, burrata e maionese al peperone dolce di Altino.

In che modo la vostra esperienza londinese contamina il vostro lavoro di tutti i giorni?

Applichiamo quotidianamente quello che abbiamo imparato nel Regno Unito, in primis nell’organizzazione del lavoro e nella cura della customer experience: tutto si svolge nel modo più semplice ed immediato possibile, il menù viene inviato in anticipo al cliente che effettua un pre ordine, rendendo così più efficiente il servizio. Utilizziamo i cercapersone per comunicare l’ordine in arrivo ed è il cliente stesso a ritirarlo con il suo cestino, come fosse un vero e proprio pic nic in giardino. In questo modo rendiamo l’esperienza del cliente inclusiva e coinvolgente, si sente parte della famiglia!

Guardando alla tua esperienza, cosa diresti ad un giovane desideroso di aprire la propria attività in Italia?

Indubbiamente di avere tanta forza di volontà. Non è facile partire da zero di questi tempi, ma è importante non smettere mai di credere nei propri progetti e impegnarsi costantemente per vederli realizzati, conservando dedizione e gentilezza, anche di fronte agli ostacoli e alla diffidenza altrui. Personalmente non ho mai perso la voglia di imparare e migliorarmi, con l’idea di mettermi in gioco ed offrire un prodotto nuovo e riconoscibile che potesse fare la differenza: se si svolge un buon lavoro, e lo si fa con passione, i risultati prima o poi arrivano.

E dal futuro cosa ti aspetti?

Spero tante soddisfazioni. Ho dei progetti in cantiere che sto portando avanti in autonomia, ma, ad essere sincera, essere una giovane imprenditrice al giorno d’oggi non è semplice. Per questa stagione estiva sto lavorando ad un lido con servizio di ombreggio nella spiaggia Le Morge di Torino di Sangro e spero sia un primo passo per sviluppare una linea di servizi turistici in Abruzzo.

Buona fortuna, allora, a Federica e a tutti gli aspiranti giovani imprenditori del nostro territorio!

Caterina Manolio
Ufficio Organizzazione, Performance, Personale. Giurista di professione e formatrice per passione. Mi lascio entusiasmare da tutto, specialmente da quello che non so.

Leggi anche